Secondo
l’articolo 25 della dichiarazione Onu: “ogni
individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e
il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione,
al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…”
; in questo senso il “diritto all’abitare” rientra in una serie di condizioni
necessarie e indispensabili affinché ogni individuo conduca una vita dignitosa.
Tuttavia
in piena crisi economica, quello che non viene garantito alle fasce sociali
meno agiate sono proprio i diritti basilari, primo tra tutti quello alla casa.
Tra il 2010 e il 2011 assistiamo ad una escalation di occupazioni a scopo
abitativo di stabili abbandonati e alloggi popolari lasciati disabitati,
conseguenza naturale di sfratti e pignoramenti ai danni di tantissime famiglie
così costrette a trovare soluzioni alternative e non del tutto consuete per
sopravvivere. “Caro vita” e affitti alle stelle spingono migliaia di persone a
ricercare metodi alternativi per sbarcare il lunario, in alcuni casi
ritrovandosi al limite della legalità, senza che lo Stato riesca a garantire
soluzioni adeguate alle molteplici richieste d’aiuto.
Dal
nord al sud Italia nascono comitati popolari per il diritto alla casa, anche a
Benevento un gruppo consistente di famiglie inizia ad organizzarsi per
accendere un riflettore sulla questione abitativa. Sono circa 30 le famiglie
che incominciano a rivendicare il diritto ad un alloggio popolare monitorando
conseguentemente il disagio sulla tematica abitativa. Una guerra spesso
combattuta in silenzio e solitudine, vissuta con rabbia e vergogna, diventa una
battaglia collettiva e la rivendicazione di migliori condizioni di vita per
tutti.
Il
neonato “Movimento di Lotta per la Casa” di Benevento incominciava a porsi e a
porre delle domande sul patrimonio abitativo pubblico e privato della città;
incominciava a chiedersi per qual motivo le case popolari non venivano
costruite, assegnate o messe in sicurezza, per quale motivo la graduatoria per
l’assegnazione degli alloggi sembrava congelata e nessuno riusciva ad accedervi
se non con bandi integrativi per l’aggiornamento dei punteggi, ma soprattutto
perché, una volta liberatosi un alloggio, quest’ultimo non veniva regolarmente
assegnato ma occupato. Non era chiaro
per quale motivo l’assegnazione di una casa popolare era diventato un “piacere che ti facevano” e come mai
nessuno si fosse mai chiesto se chi ne occupava una avesse ancora i requisiti
per farlo. Le domande erano tante e le risposte sempre poche, soprattutto da
parte di chi amministrava la città che sembrava addirittura non avere contezza
di quello che era il suo patrimonio abitativo. Incominciavano ad esserci le
prime iniziative pubbliche del movimento: banchetti, volantinaggi e
contestazioni si intensificavano, le famiglie occupavano simbolicamente le
numerose struttura abbandonate in città. L’attenzione si focalizzava non solo
sul pubblico ma anche sul privato, palazzi interi costruiti e abbandonati a sé
stessi a favore della speculazione edilizia. Veniva avanzata la richiesta di
riutilizzo in via temporanea delle strutture abbandonate, non solo pubbliche ma
anche private, affinché il privato restituisse al territorio e ai suoi
cittadini tutto quello che gli aveva tolto in nome del profitto. La
riconversione delle strutture sarebbe stata non solo una soluzione temporanea a
scopo abitativo, ma anche e soprattutto un modo per ridare senso a ecomostri in
cemento lasciati a sé stessi mortificando il patrimonio artistico-culturale
della città; la politica si sarebbe dovuta occupare di tale conversione
requisendo gli stabili e costringendo i privati a fare la loro parte nella
partita.
L’opinione
pubblica incominciava ad interessarsi all’attività delle famiglie, parte della
città sentiva sua la battaglia dei “senza casa” e non poche erano le
attestazioni di stima da parte dei cittadini. Nel settembre del 2012 venne
occupato uno stabile privato in Via Episcopio, una struttura di 5 piani di
proprietà di una ricca ereditiera abbandonata nel cuore del centro storico
della città. Naturalmente l’occupazione non passò inosservata ma le
rivendicazioni delle famiglie erano sacrosante quasi più della proprietà
privata. Quasi, perché dopo poco più di un mese due reparti mobili della
polizia di Stato sgomberarono lo stabile. Le famiglie del movimento vennero
spostate in una delle strutture pubbliche abbandonate, un’ex-scuola messa in
sicurezza grazie all’intervento della Caritas diocesana di Benevento, dove
ancora oggi risiedono. Lo sgombero del palazzo di Via Episcopio ancora oggi non
ha eguali in quanto ad impiego di forza pubblica. La battaglia dei senza casa
si intensificò dopo l’esperienza di Via Episcopio fino a costruire una seconda
lista di famiglie e le rivendicazioni del movimento incominciarono a pesare sui
tavoli istituzionali.
Dopo
quasi quattro anni di lotta il “MLC” è riuscito ad ottenere la costruzione di 52
alloggi di edilizia residenziale pubblica utilizzando i fondi della legge Di
Pietro del 2006, e che alle famiglie del movimento venisse riconosciuto lo
stato di emergenza abitativa, con il quale possono usufruire di una riserva del
25% degli alloggi di nuova costruzione grazie alla legge 17 del 97 della
Regione Campania. Dopo quasi 20 anni la graduatoria per l’assegnazione di
alloggi ERP viene riaperta a tutti i cittadini.
Da
circa 3 anni una parte delle famiglie che hanno dato vita al “movimento per la
casa” paga un canone di locazione al comune Benevento per vivere in una scuola
adibita ad appartamenti senza neanche avere i servizi igienici nelle stanze, ma
il loro percorso di lotta sta per concludersi con l’assegnazione di un alloggio
popolare. La loro determinazione li ha portati alla vittoria di una battaglia
importante che arricchisce l’intera comunità ed è solo grazie ai loro sacrifici
se oggi possiamo ancora parlare di diritto all’abitare nella nostra città.

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