RESTATE A CASA! MA QUANTO COSTA UNA CASA POPOLARE? di Alessandro Tucci

Secondo l’articolo 25 della dichiarazione Onu: “ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…” ; in questo senso il “diritto all’abitare” rientra in una serie di condizioni necessarie e indispensabili affinché ogni individuo conduca una vita dignitosa.

Tuttavia in piena crisi economica, quello che non viene garantito alle fasce sociali meno agiate sono proprio i diritti basilari, primo tra tutti quello alla casa. Tra il 2010 e il 2011 assistiamo ad una escalation di occupazioni a scopo abitativo di stabili abbandonati e alloggi popolari lasciati disabitati, conseguenza naturale di sfratti e pignoramenti ai danni di tantissime famiglie così costrette a trovare soluzioni alternative e non del tutto consuete per sopravvivere. “Caro vita” e affitti alle stelle spingono migliaia di persone a ricercare metodi alternativi per sbarcare il lunario, in alcuni casi ritrovandosi al limite della legalità, senza che lo Stato riesca a garantire soluzioni adeguate alle molteplici richieste d’aiuto.

Dal nord al sud Italia nascono comitati popolari per il diritto alla casa, anche a Benevento un gruppo consistente di famiglie inizia ad organizzarsi per accendere un riflettore sulla questione abitativa. Sono circa 30 le famiglie che incominciano a rivendicare il diritto ad un alloggio popolare monitorando conseguentemente il disagio sulla tematica abitativa. Una guerra spesso combattuta in silenzio e solitudine, vissuta con rabbia e vergogna, diventa una battaglia collettiva e la rivendicazione di migliori condizioni di vita per tutti.

Il neonato “Movimento di Lotta per la Casa” di Benevento incominciava a porsi e a porre delle domande sul patrimonio abitativo pubblico e privato della città; incominciava a chiedersi per qual motivo le case popolari non venivano costruite, assegnate o messe in sicurezza, per quale motivo la graduatoria per l’assegnazione degli alloggi sembrava congelata e nessuno riusciva ad accedervi se non con bandi integrativi per l’aggiornamento dei punteggi, ma soprattutto perché, una volta liberatosi un alloggio, quest’ultimo non veniva regolarmente assegnato ma occupato.  Non era chiaro per quale motivo l’assegnazione di una casa popolare era diventato un “piacere che ti facevano” e come mai nessuno si fosse mai chiesto se chi ne occupava una avesse ancora i requisiti per farlo. Le domande erano tante e le risposte sempre poche, soprattutto da parte di chi amministrava la città che sembrava addirittura non avere contezza di quello che era il suo patrimonio abitativo. Incominciavano ad esserci le prime iniziative pubbliche del movimento: banchetti, volantinaggi e contestazioni si intensificavano, le famiglie occupavano simbolicamente le numerose struttura abbandonate in città. L’attenzione si focalizzava non solo sul pubblico ma anche sul privato, palazzi interi costruiti e abbandonati a sé stessi a favore della speculazione edilizia. Veniva avanzata la richiesta di riutilizzo in via temporanea delle strutture abbandonate, non solo pubbliche ma anche private, affinché il privato restituisse al territorio e ai suoi cittadini tutto quello che gli aveva tolto in nome del profitto. La riconversione delle strutture sarebbe stata non solo una soluzione temporanea a scopo abitativo, ma anche e soprattutto un modo per ridare senso a ecomostri in cemento lasciati a sé stessi mortificando il patrimonio artistico-culturale della città; la politica si sarebbe dovuta occupare di tale conversione requisendo gli stabili e costringendo i privati a fare la loro parte nella partita.

L’opinione pubblica incominciava ad interessarsi all’attività delle famiglie, parte della città sentiva sua la battaglia dei “senza casa” e non poche erano le attestazioni di stima da parte dei cittadini. Nel settembre del 2012 venne occupato uno stabile privato in Via Episcopio, una struttura di 5 piani di proprietà di una ricca ereditiera abbandonata nel cuore del centro storico della città. Naturalmente l’occupazione non passò inosservata ma le rivendicazioni delle famiglie erano sacrosante quasi più della proprietà privata. Quasi, perché dopo poco più di un mese due reparti mobili della polizia di Stato sgomberarono lo stabile. Le famiglie del movimento vennero spostate in una delle strutture pubbliche abbandonate, un’ex-scuola messa in sicurezza grazie all’intervento della Caritas diocesana di Benevento, dove ancora oggi risiedono. Lo sgombero del palazzo di Via Episcopio ancora oggi non ha eguali in quanto ad impiego di forza pubblica. La battaglia dei senza casa si intensificò dopo l’esperienza di Via Episcopio fino a costruire una seconda lista di famiglie e le rivendicazioni del movimento incominciarono a pesare sui tavoli istituzionali.

Dopo quasi quattro anni di lotta il “MLC” è riuscito ad ottenere la costruzione di 52 alloggi di edilizia residenziale pubblica utilizzando i fondi della legge Di Pietro del 2006, e che alle famiglie del movimento venisse riconosciuto lo stato di emergenza abitativa, con il quale possono usufruire di una riserva del 25% degli alloggi di nuova costruzione grazie alla legge 17 del 97 della Regione Campania. Dopo quasi 20 anni la graduatoria per l’assegnazione di alloggi ERP viene riaperta a tutti i cittadini.

Da circa 3 anni una parte delle famiglie che hanno dato vita al “movimento per la casa” paga un canone di locazione al comune Benevento per vivere in una scuola adibita ad appartamenti senza neanche avere i servizi igienici nelle stanze, ma il loro percorso di lotta sta per concludersi con l’assegnazione di un alloggio popolare. La loro determinazione li ha portati alla vittoria di una battaglia importante che arricchisce l’intera comunità ed è solo grazie ai loro sacrifici se oggi possiamo ancora parlare di diritto all’abitare nella nostra città.

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